Employee Advocacy – Quando un dipendente porta alta la bandiera del tuo brand

Employee Advocacy – Quando un dipendente porta alta la bandiera del tuo brand

Hai mai chiesto ai tuoi dipendenti se sarebbero disposti a creare o condividere sui suoi profili social personali contenuti riguardanti il tuo brand?

Ti sembra una domanda strana? Ti ricrederai scoprendo che quando sono loro a condividere un contenuto, LinkedIn ravvisa un numero due volte superiore di interazioni rispetto allo stesso identico messaggio veicolato però dall’account aziendale, che viene sempre percepito come un canale autoreferenziale.

L’employee advocacy è la strategia aziendale che mira a coinvolgere i dipendenti in un modo tutto nuovo, facendo raccontare a loro le storie legate al brand e alla sua vita, usando come palco i canali social e come platea i loro follower.

Un po’ di dati

Uno studio della LEWIS Global Communications mostra dati incredibilmente favorevoli a supporto delle attività di employee advocacy. Su un campione di mille dipendenti, ben il 52% di loro ha dichiarato che si farebbe di certo promotore di contenuti aziendali per diffondere il messaggio e sentirsi coinvolto nella realizzazione della mission, addirittura scrivendo di proprio pugno articoli e post da inserire in blog o altre tipologie di profili personali.

Una volta visti questa propensione e questo desiderio è il momento di rimboccarsi le maniche e capire quali sono i messaggi che si vuole promuovere.

Sempre secondo il medesimo studio, già il 73% sul totale dei dipendenti condivide  sui propri social contenuti aziendali, relativi alla vita in ufficio, al rapporto con i colleghi, alle attività promosse e svolte dai datori di lavoro.

Ma molti di loro lo fanno senza un programma di employee advocacy, contravvenendo al divieto dell’utilizzo dei social privati in orario lavorativo e senza alcun tornaconto.

Cosa accadrebbe se invece questo programma di employee advocacy esistesse, fosse ben congegnato e creato con l’obiettivo di far sì che i più coinvolti ed attivi micro influencer possano ottenere dei riconoscimenti o dei vantaggi?

Innanzitutto l’azienda per cui lavori potrebbe senza alcun dubbio tracciare tale attività, vedere quali e quante persone sono state raggiunte, ottenere dei dati tangibili e concreti, consultarli per aggiustare il tiro e migliorare la comunicazione.

Le persone che lavorano con te sono risorse preziose su cui contare per riuscire ad ampliare in modo esponenziale il tuo target e a raggiungere potenziali clienti e, secondo lo studio di Nielsen “Global Trust in Advertising”, l’83% dei consumatori si fida di più delle opinioni e delle informazioni di amici o di semplici contatti piuttosto che della comunicazione prodotta ad hoc da un reparto di comunicazione.

Ma come coinvolgere in modo attivo e proattivo i tuoi dipendenti? Come aiutarli a creare un circolo virtuoso che possa portare ad una reach di tutto rispetto?

Abbandonate ogni titubanza e lanciatevi fiduciosi in un programma ben strutturato di Employee Advocacy

Innanzitutto è bene creare una Social Media Policy, una serie di indicazioni da seguire che possano essere di facile comprensione e di semplice applicazione anche per quanti non fossero proprio social addicted!

Nella propria realtà lavorativa infatti non sempre si ha a che fare con giovani virgulti in grado di postare un contenuto più velocemente di un battito di ciglia, ma perché escludere da questa pratica i veterani? Sono proprio loro che negli anni, ricoprendo indefessamente il proprio ruolo, hanno quotidianamente contribuito alla vita e all’evolversi dell’azienda, se ne sentono parte integrante e sono orgogliosi di poter contribuire facendo la loro parte.

In secondo luogo, sebbene sembri scontato farne cenno, per avviare una pratica di employee advocacy che si rispetti è ovviamente indispensabile consentire ai dipendenti l’accesso ai social durante le ore lavorative. Sono ancora troppe le realtà che non lo permettono, eppure, durante i colloqui di lavoro, sono sempre di più le nuove leve, millennials e centennials soprattutto, che pongono la domanda in modo diretto prima di valutare se accettare o meno l’offerta per una posizione aperta.

Terzo ed ultimo step, certo non in ordine di importanza, è quello di fornire strumenti adeguati e di facile utilizzo affinché chi desidera partecipare possa farlo in modo semplice, veloce ed intuitivo, già dalla prima volta. Ci si può affidare, ad esempio, a realtà come EveryoneSocial, che connette più digital channels consentendo condivisioni rapide e semplificate.

Ma non è l’unico tool di questo genere: le piattaforme che danno ai dipendenti la possibilità di attingere a contenuti interessanti e pertinenti da condividere in modo assolutamente autonomo sono già molte, e talvolta offrono anche la possibilità di creare soluzioni in cui le logiche di gamification vengono usate per premiare un’attività o un coinvolgimento meritevoli.

Qualche dritta? Tra i nomi più gettonati non puoi perderti GaggleAMP, Hootsuite Amplify, Sprout Social, Sociabble o Social Toaster, che danno la possibilità di caricare video, foto e annunci di posizioni aperte, tutti contenuti ad uso e consumo dei tuoi dipendenti, che non vedranno l’ora di scoprirli e farli scoprire, condividendoli con un bacino di utenza potenzialmente infinito.

Conclusioni

Strutturare un vero e proprio programma di employee advocacy prevede dunque da parte della tua azienda la creazione di contenuti interessanti da condividere e che stimoli i dipendenti a partecipare. Questo non solo è fondamentale per riuscire a dare una spinta in fatto di brand awareness, ma consente di umanizzare il messaggio, di diffonderlo in modo orizzontale più che verticale, di renderlo quindi maggiormente credibile.

In fondo è bene ricordare che una politica di employee advocacy non è solo un modo per accedere a nuovi clienti ed ampliare il target, ma anche per ingolosire i migliori talenti, visto che l’87% dei giovani candidati cerca informazioni sulla società ed il 40% consulta il sito web dell’azienda che assume prima di proporsi, e di certo la brand reputation è un fattore attrattivo determinante.

Leave a Reply

Your email address will not be published.